Regione Autonoma Trentino-Alto Adige
Regione Autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol
lunedì 20 novembre 2017   
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Cenni di storia
Il Trentino-Alto Adige attraverso i secoli
dalle origini all'autonomia


Nel percorso che contraddistingue la storia di ogni terra, la nostra regione inizia il suo viaggio attraverso i secoli con un bagaglio di peculiarità uniche, che l'hanno resa per vocazione naturale luogo di transito e punto d'incontro fra le popolazioni appartenenti alle due grandi aree culturali situate a nord e a sud delle Alpi. Terra di frontiera dunque, che vede da sempre un confronto tra lingue e culture diverse, ma anche terra che ha saputo mantenere nei secoli un'unità culturale e di costume che l'hanno portata all'attuale forma di autonomia che la governa.
La storia del nostro territorio ha inizio nel Paleolitico Superiore, quando i ghiacciai che coprivano ancora per buona parte le valli ai piedi delle Dolomiti cominciano a ritirarsi, ma è con l'età del Ferro ed i primi stanziamenti dei Reti che appaiono le prime tracce di presenza umana che si possano ricondurre ad un etnia, o ad un'identità culturale ben definita.
Ai Reti ed ai Galli, popolazione celtica che a più riprese invade il territorio alpino, si sovrappone per un arco di tempo che va dal I al II secolo a.C. la lunga mano dell'Impero Romano, che riorganizza tutta la regione situata a nord del fiume Po -detta Transpadana, o Cisalpina- secondo la struttura politico-amministrativa di colonia romana, e apre la strada all'evangelizzazione del territorio. La caduta dell'Impero rende le zone a sud e a nord dell'asse alpino facili prede delle scorrerie barbariche, fino all'arrivo nella seconda metà dell'anno 500 dei Longobardi, che nell' ottica di rendere stabile l'occupazione della Penisola costituiscono il ducato di Trento, che come altre marche considerate di importanza strategica mantiene la sua funzione anche quando, nel 777 entra a far parte dell'Impero carolingio. Nella figura giuridico-amministrativa di ducato, poi marca del Sacro Romano Impero, il territorio alpino si configura sempre più come entità politico territoriale autonoma, tanto strategicamente importante da divenire oggetto di contesa fra i regnanti al potere dopo la dissoluzione dell'Impero di Carlo Magno. E' in questo contesto storico che, nell'anno 888, la marca di Trento viene ceduta da Berengario, re della parte italiana dell'ormai smembrato impero carolingio, ad Arnolfo di Carinzia, sovrano del regno tedesco.
L'entrata della marca di Trento tra i feudi del regno tedesco porta i territori alpini a passare dalla signoria dei principi di Carinzia, alla casa di Sassonia fino a quella di Franconia, per assestarsi poi fra i domini del ducato di Baviera.
La nascita del Principato Vescovile di Trento, nel 1027, è una diretta conseguenza della ferrea politica feudale vigente all'epoca dell'imperatore Corrado II il Salico. In quel periodo l'istituto feudale, con le sue caratteristiche di ereditarietà del privilegio e di sovranità indipendente dei piccoli signori all'interno dei loro possedimenti, rappresentava per l'imperatore una continua fonte di controversie. In particolare, i rapporti di vassallaggio fra il sovrano e le grandi Case del suo regno, in realtà piccoli Stati ereditari all'interno dello Stato, creavano l'ambiente ideale a determinare una continua emorragia dei territori personali dell'imperatore, mentre l'ereditarietà dei privilegi metteva i grandi feudatari nella condizione di approfittare di ogni occasione destabilizzante per tentare di avocare al proprio casato il potere e l'autorità del sovrano.
L'infeudazione dei vescovi, che in quanto appartenenti al clero non avevano diritto a riconoscere eredi legittimi, rappresenta in quest'ottica una scelta estremamente lungimirante da parte dell'Impero, che si assicurava in tal modo una gestione dei territori scevra da mire dinastiche di grossa portata.
I primi due secoli del millennio rappresentano per il Principato un periodo di grande prosperità, nell'ambito del quale vengono redatti i Patti Gebardiani, primo esempio di statuto democratico nel nostro territorio. Proprio con i Patti nasce, nel 1111, la Magnifica Comunità di Fiemme, prima gastaldia con governo popolare repubblicano non soggetto a vincoli di vassallaggio feudale o rurale. Il potere dei principi–vescovi, che si estende su un territorio sostanzialmente non difforme da quello dell'odierna Regione, si avvia verso l'apice con l'episcopato di Federico Wanga, che rafforza i diritti del Principato e ne tramanda le sovranità facendo redigere il “Codex Wangiano”. Seguono anni travagliati da lotte intestine, nate proprio da quella caratteristica – l'appartenenza al clero – che aveva fatto dei Principi Vescovi il baluardo vincente per un'egemonia imperiale sempre in lotta contro gli istinti sovversivi delle grandi Casate laiche.
Con la concessione del Comitato di Trento, il vescovo aveva ricevuto poteri principeschi di ampiezza eccezionale per l'epoca: gerarchicamente inferiore soltanto all'imperatore, il vescovo ne esercitava tutte le funzioni pubbliche. Ma proprio quella carica ecclesiastica che lo poneva sopra le parti lo pregiudicava nell'esercizio dell'aspetto secolare delle funzioni di governo, soprattutto nell'ambito della difesa del territorio e dell'imposizione a volte forzata di leggi e gabelle. Nasce così la figura dell'avvocato della Chiesa.
Primo casato ad esercitare quest'ufficio quello dei conti di Flavon, ai quali subentrano, nel 1250, i conti del Tirolo, con i quali l'avvocazia diventa titolo ereditario, acquistando tanto potere da rovesciare il rapporto di sudditanza connesso all'incarico. La delega di difesa delle sovranità vescovili si trasforma così nello strumento che porterà il casato di Tirolo ad appropriarsi, pur con legittima investitura da parte del Principe vescovo, di gran parte dei feudi trentini, ponendo le basi per quella che sarebbe diventata la Contea del Tirolo.
La casata che tanto aveva mutato gli equilibri di potere del Principato si estingue nella seconda metà del 1300, con la morte di Mainardo III, erede di Margherita ultima contessa di Tirolo, che lascia i suoi possedimenti ai parenti più prossimi, i duchi d'Absburgo. Da quel momento, la nostra regione entra nell'orbita politica di quello che diventerà l'Impero Absburgico, che abbandonerà, in sostanza, soltanto con la Prima Guerra Mondiale.
Seppur in tono minore, il Principato sopravvive agli sconvolgimenti politici che caratterizzano gli anni precedenti al 1500, e riprende vigore con l'investitura di Bernardo Cles, cardinale, cancelliere dell'Impero e rampollo di una nobile famiglia fedele agli Absburgo. Personaggio di spessore e gran diplomatico, prepara il Principato ad ospitare l'assise conciliare più importante della storia cattolica, quel Concilio di Trento che avrà luogo dopo la sua morte ma che mette la nostra regione al centro degli eventi politici europei per circa un ventennio.
Alla sua figura di vero principe rinascimentale vanno ricondotte le varie opere architettoniche edificate nella città e nei dintorni, la stesura del “Codice Clesiano”, nonché un rinsaldamento dei diritti del Principato ed una riorganizzazione dei suoi rapporti con il Contado regolata dagli “Statuti Clesiani” promulgati nel 1527.
Al governo illuminato di Bernardo Cles succede la dinastia dei Madruzzo, che garantisce al Principato oltre un secolo di continuità di governo. Segue un'epoca di contese con i conti del Tirolo e con la Casa d'Austria che era loro subentrata nel 1665. Contese che, in un continuo indebolimento del potere temporale portano la sovranità dei principi vescovi ad una pura formalità che si trascina fino alla morte di Pietro Vigilio Thun, ultimo principe vescovo di Trento ad essere investito del potere temporale.
Gli anni fra il 1700 e il 1800 vedono la nostra regione sotto il governo illuminato di Maria Teresa d'Austria e del figlio Giuseppe II, che pur riducendo notevolmente la tradizionale autonomia amministrativa che aveva caratterizzato centinaia d'anni della nostra storia, porta ad una serie di riforme, prima fra tutte l'introduzione dell'obbligo scolastico, destinate a migliorare sensibilmente le condizioni di vita della popolazione. Nel 1796 l'esercito napoleonico invade Trento, che tornerà all'Austria pochi anni più tardi per poi passare alla Baviera in base agli accordi di pace di Presburgo nel 1805. L'annessione alla Baviera scatena nel 1809 una rivolta popolare capeggiata da Andreas Hofer, che a capo di una compagine di contadini provenienti dall'intera regione ottiene insperati successi contro le truppe franco-bavaresi impegnate nella guerra intrapresa dall'Austria per la riacquisizione dei territori perduti. Nonostante gli sforzi sarà solo con il Congresso di Vienna, nel 1815, che la nostra regione tornerà a far parte dei domini austriaci.
La storia trentino-südtirolese prosegue senza grosse scosse fino al 1848 quando, sulla scia dei moti nazionalistici che infuriavano in tutta Europa, il popolo scende in piazza a Trento e a Rovereto reclamando l'autonomia del territorio dai legami austriaci, a favore di quelli italiani. Seppur portati avanti da un limitato ed elitario ambiente di stampo liberale, i moti insurrezionali del 1848 pongono le basi ad uno stato di malcontento generale subito raccolto dalle prime formazioni politiche dell'epoca e dal movimento Irredentista che vede in primo piano la figura di Cesare Battisti. L'Impero Austro-Ungarico guidato da Francesco Giuseppe, scosso da tensioni su tutti i fronti e vittima di un indebolimento generale, attua nei confronti dei dissidenti una politica estremamente rigida ed oppressiva, che porta all'uccisione dell'arciduca Francesco Ferdinando, unico erede dell'Impero, avvenuta a Sarajevo nel 1914.
Scoppia la Prima Guerra Mondiale, e la sconfitta dell'Austria causa l'annessione della nostra regione al Regno d'Italia con il trattato di Saint-Germain. L'immediata richiesta, da parte dei rappresentanti della popolazione trentino-südtirolese, della conservazione delle autonomie legislative e amministrative in vigore sotto l'Impero Austro-Ungarico viene recepita da Vittorio Emanuele III, che avvia una serie di studi atti a dimostrarne la fattibilità. L'avvento del regime fascista, che basa il suo credo su di uno stato nazionalista ed accentratore, vede però farsi sempre più lontano il tanto agognato ripristino di un'amministrazione autonoma.
Nel 1921 inizia la repressione violenta attuata dalle squadre fasciste, nel corso della quale decine di oppositori del regime trentini e südtirolesi vengono incarcerati o messi al confino. Fra questi anche Alcide Degasperi, che in un discorso tenuto nel giugno dello stesso anno aveva sostenuto l'idea di un progetto autonomistico, sorretto da solide ragioni storiche e culturali, quale unica strada atta a comporre il conflitto di nazionalità in cui versava il Regno d'Italia dopo la I Guerra Mondiale.
La repressione, attuata principalmente ai danni dei südtirolesi di lingua tedesca continua fino al 1939, anno che vede siglare l'accordo stretto fra Mussolini ed Hitler relativo alle famigerate “opzioni”, l'obbligo cioè per i residenti di lingua tedesca e ladina di una scelta fra il trasferimento nei territori del Reich o l'abbandono totale della propria identità etnica. L'Italia entra in guerra nel 1940, al fianco della Germania, e ne segue le sorti fino al 1943, anno che vede il crollo del regime fascista e la firma dell'armistizio con gli alleati.
L'esercito tedesco occupa buona parte del nord Italia ed i territori trentini, südtirolesi e del Bellunese diventano parte del Reich fino alla fine della guerra, sotto il nome di “Alpenvorland”. Nel 1945, quando le truppe alleate raggiungono Trento e Bolzano, i Comitati di liberazione partigiana, attivi in forze per l'intera durata dell'occupazione, assumono il controllo della regione sotto l'egida del governo militare alleato.
L’autonomia della Regione Trentino-Alto Adige trova il suo fondamento nell’accordo firmato il 5 settembre 1946 a Parigi dai Ministri degli Esteri di Italia e Austria, Alcide Degasperi e Karl Gruber. Il punto di arrivo della sua attuazione è il 12 giugno 1992, con il rilascio della cosiddetta quietanza liberatoria, con cui si concluse la controversia aperta nel 1960 dall’Austria contro l’Italia davanti alle Nazioni Unite, riguardante la mancata attuazione di tale accordo.
Quest’ultimo fu voluto dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, a tutela della minoranza di lingua tedesca, contestualmente alla decisione di non concedere la riunificazione del Sudtirolo all’Austria, come richiesto dai portavoce della popolazione sudtirolese. L’accordo divenne un allegato al trattato di pace degli Alleati con l’Italia.
Le ragioni di un’autonomia così estesa vanno ricercate sia nella spiccata tradizione autonomistica del territorio alpino in cui si trova la Regione Trentino Alto Adige, sia nell’intuizione dei due statisti di risolvere il problema della convivenza fra gruppi linguistici diversi attraverso il riconoscimento di particolari garanzie di tutela della lingua e della cultura, anziché, come avveniva contemporaneamente presso altri confini difficili, attraverso il trasferimento delle popolazioni. L’ Alto Adige/Sudtirolo usciva allora da un lungo e tormentato periodo, in cui la politica fascista aveva tentato in vari modi di snazionalizzare la minoranza tedesca e la politica del Terzo Reich, in accordo col regime mussoliniano, aveva prospettato ed avviato una drastica e drammatica soluzione della questione attraverso le cosiddette "opzioni" del 1939 e il trasferimento delle popolazioni. Inoltre, nei venti mesi della "Zona di Operazioni delle Prealpi" (1943-1945), la sovranità italiana sulle provincie di Bolzano, Trento e Belluno era stata di fatto sospesa. Tutto ciò si collocava al culmine di un periodo di conflitti nazionalistici, all’interno di una regione plurilingue, che risalivano almeno alla fine dell’Ottocento.
L’articolo 1 dell’Accordo di Parigi, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 24 dicembre del 1947, afferma che: "Gli abitanti di lingua tedesca della Provincia di Bolzano e quelli dei vicini comuni bilingui della provincia di Trento godranno di completa eguaglianza di diritti rispetto agli abitanti di lingua italiana, nel quadro delle disposizioni speciali destinate a salvaguardare il carattere etnico e lo sviluppo culturale ed economico del gruppo di lingua tedesca". Nell’articolo 2 viene riconosciuto alle popolazioni del Trentino Alto Adige l’esercizio di un potere legislativo ed esecutivo autonomo. Il 26 febbraio del 1948 fu approvato il primo Statuto d’autonomia, con legge costituzionale del Parlamento italiano. Lo schema era tripolare, con la Regione e le due Province di Bolzano e di Trento.
L’attuazione dell’autonomia incontrò, tuttavia, notevoli difficoltà. E ben presto, da parte dei rappresentanti politici della minoranza di lingua tedesca, si denunciò il mancato recepimento dei principi dell’accordo Degasperi-Gruber.
Contemporaneamente si manifestarono forti tensioni politiche e sociali che portarono ad una lunga serie di attentati dinamitardi. Nel 1960 il cancelliere austriaco Bruno Kreisky portò la questione sudtirolese all’attenzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che con due risoluzioni invitò le due parti alla trattativa allo scopo di trovare una soluzione a tutte le divergenze riguardo l’applicazione dell’accordo di Parigi.
Il Governo italiano istituì una Commissione di studio per i problemi dell’Alto Adige, che lavorò per molti anni all’elaborazione di norme da sottoporre al consenso anche di Vienna e dei rappresentanti politici della popolazione sudtirolese. Nel 1969 fu conclusa la trattativa e concordato il cosiddetto "Pacchetto di misure a favore delle popolazioni altoatesine".
Il "Pacchetto", approvato dal congresso della SVP, dal Parlamento italiano e da quello austriaco, rappresentò il fondamento politico della nuova autonomia.
Da qui nasce il Secondo Statuto, approvato dal Parlamento italiano il 10 novembre 1971. Esso assegna alle due Province di Trento e di Bolzano un vasto numero di competenze legislative detenute fino ad allora dalla Regione, a cui se ne aggiunsero altre trasferite dallo Stato. Nel corso dei successivi vent’anni, ad opera delle commissioni paritetiche "stato-autonomie", istituite per predisporre le norme di attuazione dello Statuto, l’autonomia venne di fatto notevolmente ampliata assumendo, anche nello spirito regionalista che cominciava man mano a prendere piede in tutto il territorio nazionale, il respiro e la dimensione di autonomia territoriale.
Fra le novità introdotte dal nuovo Statuto vi è la tutela, oltre che della minoranza di lingua tedesca, anche delle altre minoranze locali presenti sul territorio regionale, come i ladini di entrambe le province.
Elemento cardine del sistema autonomistico è il bilinguismo, mentre lo strumento per raggiungere un equilibrato assetto socio-economico è la "proporzionale".
Un meccanismo che prevede il diritto dei gruppi linguistici ad essere rappresentati per quote nell’impiego pubblico e nell’accesso ad alcuni benefici di carattere sociale (ad esempio nell’assegnazione degli alloggi pubblici). Attualmente è in corso una fase di dibattito e riflessione che riguarda l’adeguamento della Regione, nelle sue forme istituzionali, ai cambiamenti intervenuti negli ultimi vent’anni.


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