Un'esposizione nel 1990, una nel 1991, una nel 2000 ed ora la quarta. Non si può certo dire che Giuseppe Ferrari sia dominato dall’urgenza di apparire. In effetti il suo è un fare pacato e ponderato. La casualità non gli appartiene. Non potrebbe essere diversamente: è un sub, e quando sei sott’acqua non c’è spazio per il pressapochismo.
Anni fa la sua produzione pittorica esprimeva un sogno (un incubo) post atomico. Dipingeva visioni da day after rientranti, è stato giustamente scritto, nell’ambito surrealista.
Poi, per lunghi anni, ha lasciato la pittura. Ma è la pittura che non ha lasciato lui. Covava sotto la cenere e infine è riemersa, gli è piombata addosso, lo ha afferrato per il colletto, infilato in un sacco, se lo è caricato sulle spalle e se lo è portato via a grandi passi. Ed eccola la sua nuova maniera pittorica, fra mari in tempesta e trombe d’acqua, cascate spumeggianti e tenebrose caverne. A renderle con efficacia sapienti grovigli di colori inattesi: verdi freschissimi e rossi infuocati, gialli radiosi e violetti brillanti.
Con ardite prospettive aeree immette nel quadro il mondo intero, facendosi gioco in una sola mossa sia della definizione tradizionale dello spazio imposta dall’insuperabile linea dell’orizzonte sia dell’immobilità della visione. Il paesaggio non ha più confini e appare in movimento. Attorno attorno una progressiva sequenza di archi di cerchio concentrici, al centro una campitura pressoché rotonda, lontanissima. Senza certezze spaziali né scansioni temporali ci si trova catapultati verso il fondo di una caverna o, al contrario, verso sconfinati spazi siderali.
Che è poi lo stesso?
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